BIOGRAFIA INTELLETTUALE

1972-87: l’infanzia e la scoperta della poesia

 1972-85: l’infanzia (storia e geografia)

Nasco a Roma nel 1972. All’età di pochi mesi mi trasferisco a Santarcangelo di Romagna e nel 1975 a Faenza, a parte una parentesi brisighellese nel 1984-85. A scuola odio la poesia.

Amo scrivere fin da piccolo, ma non cose letterarie, bensì rifacimenti di testi storici e geografici, ispirandomi ai libri scolastici di mio fratello che ho letto con grande curiosità: mi invento guerre e paesi inesistenti. Tra il 1984 e il 1985 scrivo Fiuto e Starnuto, un romanzo giallo.

1985-87: la scoperta della poesia

A scuola, in seconda media, durante l’ora della materia ad essa dedicata, scopro la poesia. Rimango affascinato dalle atmosfere solari e mediterranee delle poesie di Montale Il male di vivere e Meriggiare pallido e assorto, della raccolta Ossi di seppia. Ma la stimo ancora poco e mi provo a comporne una solo per scherzo sui maiali qualche mese dopo, il 20 luglio 1985 in Sabina, nello studio di pittura di mio padre. E’ un lunghissimo componimento in stile a metà tra il maccheronico sabino e il toscano letterario medievale, in cui si disquisisce delle abitudini di vita dei maiali e dei cinghiali. Nello stesso periodo concepisco il mito della Toscana, sempre per motivazioni storico-artistiche. Mio padre è un pittore siciliano trasferitosi in Sabina e che ha fondato il movimento artistico del Terzofuturismo, Baldo Savonari.

Mi comunica la sua passione per l’arte, la Toscana, l’Italia e il Mediterraneo. Infatti si definisce pittore mittelmediterraneo.

1987-1989: D’Annunzio, il classicismo

Nell’inverno 1987-88 scopro la Grecia classica e mi converto al calcio spagnolo, cosa che può sembrare secondaria in un resoconto intellettuale, ma testimonia della mia latinità.

Il caso vuole che mio padre vada a visitare la Spagna nella primavera 1988 e ritorni con dei racconti sulla corrida, che mi infiammano di passione spagnola. Il 4 febbraio 1988 a scuola scopro D’Annunzio: finalmente un poeta diverso dai soliti Foscolo, Manzoni e Leopardi, e che ama la vita!

Tra l’altro la poesia studiata a scuola, tratta dal Canto novo, descrive un paesaggio abruzzese molto simile al paesaggio sabino, che adoro. In agosto, ispirandomi all’Alcyone, regalatomi da alcuni amici di mio padre, comincio a comporre il libro di poesie dannunziane Il volo del falco, composizione che proseguirà per tutto il 1988 e il 1989, sarà interrotta per due anni e terminata nel 1992. Comincio la collaborazione con Mondo Sabino, periodico di Rieti diretto dal socio di mio padre, l’avvocato Gianfranco Paris. Vi collaborerò fino al 1992.

Tra i contenuti principali dei miei articoli, spesso pieni di verve polemica, la lotta contro l’ermetismo per un ritorno alla tradizione in arte. Alla fine del 1990 in un articolo di giornale, pur essendo diventato comunista, difendo Licio Gelli che è stato premiato ad un concorso di poesia a Riolo Terme (RA) e si è visto contestato: secondo me tutti hanno il diritto di fare arte, anche Gelli.

1990-92: l’ideologia comunista

Avendo preoccupazioni sociali, divento comunista, ma le letture dannunziane e futuriste mi portano, a volte, a immaginare una sorta di ibrido tra il comunismo emiliano e il fascismo delle origini. Ma escludo di aderire alla Destra sociale, poiché la ritengo una contraddizione in termini e non mi fido, ritenendola uno specchietto per le allodole.

Preferisco i comunisti. Così alle elezioni locali del 6 maggio 1990 voto per il PCI, dando la preferenza all’ex-sindaco di Faenza Veniero Lombardi, ritenendolo rappresentante della vecchia guardia, che appoggio. Nel 1991 tra il PDS e Rifondazione Comunista scelgo quest’ultima, ritenendo insufficiente il riformismo per risolvere i problemi italiani. Come inviato di Mondo Sabino mi avvicino a Rifondazione a Bologna in un comizio del 16 marzo 1991, prendendo prima contatti e facendo poi attivamente politica. Parteciperò ai congressi del nuovo partito, il Congresso Comunale a novembre, in cui vengo eletto delegato provinciale, e il Congresso Provinciale a dicembre, in cui non vengo eletto delegato nazionale ma risulto uno dei due invitati della provincia di Ravenna al Congresso Nazionale.

In estate conosco Bruno Console Camprini, direttore del mensile faentino Per voi, che mi intervista in qualità di portavoce cittadino di Rifondazione. Mi propone di collaborare per il suo giornale: tergiverso e in autunno accetto, diventando cronista teatrale per la stagione 1991-92 del Teatro Masini di Faenza. Mi capita, tra l’altro, di stroncare il teatrante dialettale Giuliano Bettoli.

Dal 1991: la apparentemente contraddittoria convivenza col futurismo

Il futurismo merita un capitolo a parte. Frequentando lo studio di mio padre leggo i testi del primo Marinetti, non ancora futuristi e ispirati al simbolismo: sono vere opere decadenti e sembra di leggere D’Annunzio.

Interpretando quindi Marinetti come una forma di scrittore tutto sommato tradizionalista, almeno rispetto a quello che c’è oggigiorno, lo seguirò e approfondirò per tutta la vita.

Nel 2000, intraprendendo un dottorato di ricerca per l’Università di Parigi, dopo la laurea, scelgo come argomento il romanzo Mafarka il futurista di Marinetti, da cui traggo il saggio che apparirà sulla rivista 800/900 di Milano e a cui mi ispiro per il saggio celebrativo del centenario del futurismo apparso su Berenice (Pescara) nel 2009.

Assorbo Marinetti nella tradizione: il primo saggio tratta della metafora barocca nel romanzo, il secondo della presenza del mito. Collaboro anche con mio padre: nel 1992 aderisco al Terzofuturismo con un documento di 40 pagine, sia pure con riserve, e rimango aderente fino al 1997, quando partecipo al decennale del movimento, celebrato a Poggio Mirteto (RI).

1992-94: scoperta del barocco, dell’Adelphi e francesismo culturale

Il 1992 è l’anno dell’abbandono della ragione: il 4 dicembre 1991, alla stazione di Bologna, acquisto Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso, testo di cui già conosco l’esistenza. Ammiro il libro, che tratta di mitologia classica greca, e decido di approfondire Calasso e la sua casa editrice Adelphi. Negli anni a venire acquisterò gli altri libri di Calasso, come Ka nel 1997 e La letteratura e gli dèi nel 2002 (e poi gli altri). Acquisterò anche i volumi della Sapienza greca di Giorgio Colli e le Dionisiache di Nonno di Panopoli, quest’ultime proprio consigliate dalle Nozze visto che proprio lì se ne parla. Aderisco all’indirizzo irrazionalista della casa editrice, alla sua visione della grecità. Nel 1992, studiando per l’esame di ammissione alla prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa, consigliatami da un amico del padre, visto che voglio andare a studiare in Toscana, scopro lo stile barocco.

Arrivo a definirlo come arte della crisi che ignora la crisi, nel senso che crea grandi opere d’arte nonostante la minore disponibilità economica dei mecenati nel ‘600. Considero questo insegnamento come attuale, visto che in quel periodo il paese è attraversato da una crisi economica: gli artisti non si devono far scoraggiare e devono fare grandi opere lo stesso, imitando gli artisti barocchi in questo e anche nelle forme.

Da questo momento passo a cercare quale potrebbe essere l’arte nuova, considerando decaduta l’avanguardia, e cerco conferme alle mie teorie sul barocco. Per questo all’Università frequento le lezioni di Ceserani sul Postmoderno, e scopro l’Età neobarocca di Omar Calabrese, trovando dette conferme.

Interpreto il Postmoderno e il neobarocco in maniera molto conservatrice, quasi come due forme di classicismo: il postmoderno sarebbe ciò che viene dopo la fine della modernità, ormai terminata, e recupererebbe gli stilemi della tradizione artistica. In questo periodo, rimanendo deluso dalla Normale, mi si attenua l’ammirazione per la Toscana. Nell’autunno 1992 mi ammalo di ansia e poi di depressione. Dovendo scegliere quale esame di lingua straniera sostenere, scelgo il francese a discapito dell’inglese, che ho studiato al Liceo e conosco meglio. Studiando per l’ammissione in Normale ho scoperto la letteratura francese, che tra l’altro è la letteratura di una lingua neolatina, pertanto imparentata con quella italiana. Proprio in questa occasione conosco le teorie anti-illuministe del prof. Francesco Orlando, docente di francese ed ex-segretario personale di Tomasi di Lampedusa: con la sua “retorica freudiana” Orlando individua una delle molle della letteratura nel principio di piacere: l’artista scrive ciò che gli piace. Mi sembra una delle tante teorizzazioni utili a giustificare il ritorno del classicismo in arte.

1994-99: la svolta neoliberale e la fine della depressione 

1994-97: la svolta neoliberale

Nel dicembre 1993 nasce Forza Italia.

Già ammirando Silvio Berlusconi, penso di lasciare Rifondazione Comunista e di aderirvi. Ma rimango col dubbio e nel dubbio il 27 marzo 1994, alle elezioni, voto ancora per i comunisti. Poi, vedendo che il Polo della libertà vince, sciolgo il dubbio e penso di aderirvi. Smetto di avere preoccupazioni sociali, divento filoamericano e cesso di essere anticlericale: anzi, in questo periodo sono molti i “sorrisi” verso la religione, dal punto di vista intellettuale.

Nel colloquio in Normale mi occupo degli elementi neobarocchi nella letteratura postmoderna e contrappongo il “mio” Calasso al razionalismo illuminista di Consolo. Ritengo che il Polo, non avendo ancora una classe culturale, abbia bisogno di intellettuali innovatori. Concepisco il liberalismo come una forma aggiornata di reazione, più di An che mi sembra un rimasuglio anacronistico; di cui Craxi sarebbe un precursore (in questo ripeto il giudizio dei comunisti, ma lo vedo come un fatto positivo).

Di questo “neoliberalismo” sono precursori non solo Cavour e Giolitti, ma anche D’Annunzio e Marinetti. Pur essendo passato a Forza Italia ad aprile accetto di candidarmi alle elezioni comunali di Faenza per la lista civica di Bruno Console Camprini, che è pur sempre un ex socialista craxiano e quindi un precursore del neoliberalismo. Lì incontro un ex compagno di liceo, che passa subito a Forza Italia lasciando a bocca asciutta Camprini, e io lo seguo, visto che già preferivo Forza Italia. Insieme facciamo politica per due anni, prima le comunali e le europee del 1994, quindi le regionali del 1995 e poi la campagna per il Senato del 1996. Alle comunali del 23 aprile 1995 mi candido nella lista comune del Polo nel comune di Bagnara di Romagna, prendendo un voto pur senza conoscere nessuno.

Terminata la campagna elettorale del 1996 e perse le elezioni, mi ritiro dalla politica e ricomincio ad occuparmi di letteratura: al termine di un ciclo, che ritengo essere cominciato nel 1989, faccio un bilancio della mia vita e ideo un romanzo che lo descriva, La speranza si arrampica sulle rocce. A partire da questo momento recupero, oltre che il gusto per la letteratura, anche l’ammirazione per la Toscana: in dicembre concepisco l’idea di ambientare il futuro romanzo Gli invincibili proprio a Pisa. Gli invincibili dovrebbe trattare della nascita del barocco, e l’ambientazione è scelta poiché a Pisa ho approfondito le tematiche barocche dopo la scoperta nel 1992. Sempre a dicembre, nel periodo natalizio, comincio a comporre la Speranza e scrivo la prima metà del primo capitolo, L’oblio.

Tutto questo nonostante la depressione, nei ritagli di tempo: infatti ho dovuto lasciare la Normale nel novembre 1994 (il 2 giugno 1995 e nel maggio-giugno 1996 maturo pensieri suicidi).

1997-99: la filosofia, la fine della depressione

Nel 1997 passo ad An. In dicembre ultimo L’oblio. Alla fine del 1998, leggendo Bruno e Lucrezio (quest’ultimo come esame universitario) riscopro il panteismo che avevo sfiorato nel 1989 e nel 1992. Penso di poterlo rendere compatibile col cattolicesimo: per me, ex-ateo, le diverse forme di Dio ancora si assomigliano.

Nel 1998-99 guarisco dalla depressione avendo acquistato dei medicinali antidepressivi, di cui prima non mi fidavo ritenendo che le medicine non possano guarire i mali dell’anima. Nel 1999 scrivo la prima metà del primo capitolo de L’esilio, seconda parte della Speranza.

1999-2002: mandare tutto all’aria

In seguito ad un tranello, nel 1999 mando tutto all’aria e ridivento antiamericano e anticlericale. Da qui deriva la frase sulle zucche barbariche in Ambra e Ombra, nei Racconti mediterranei, che a parte questo è però il mio capolavoro, poiché riassume i contenuti filosofici imparati in anni di studio all’università.

Il libro esce nel 2001 per lo stampatore alcamese Carrubba (pensando che porti fortuna, visto che il primo editore di D’Annunzio si chiamava Carabba) e nel risvolto di copertina è esplicitamente definito come classicista. Nel risvolto, inoltre, mi paragono a Federico II di Svevia, fondatore della letteratura italiana, i cui genitori avevano le stesse origini dei miei (tedesca e siciliana).

Ai primi del 2000 scrivo una lunghissima ed entusiasta lettera a Stefano Zecchi, dopo aver letto il suo L’artista armato, in cui chiedo: “Chi ha paura della bellezza?”, condividendo le sue idee di restaurazione in arte.

Sempre nello stesso periodo scrivo il racconto breve Capodanno importante, sul passaggio di millennio, per un concorso radiofonico: il 2000 non sarebbe un anno, ma una dimensione della coscienza. In questo confermo le tesi sostenute nel 1995 quando, presentando pubblicamente a Faenza il libro Rapido per la pazzia di mio padre, avevo contrapposto la rivoluzione esistenziale alla rivoluzione politica: non c’è più bisogno di rivoluzioni – infatti avevo smesso di essere comunista da un anno -, ma bisogna guardare le cose con un altro occhio, accettando entusiasticamente la realtà.

Il 13 luglio 2000 mi laureo con una tesi sul Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello con i professori Giancarlo Bertoncini e Carlo Alberto Madrignani, e ottengo il dottorato di ricerca con l’Università di Parigi 8 Vincennes-Saint Denis con la professoressa friulana Giuditta Isotti Rosowsky, esperta di Pirandello, nipote di Italo Svevo e sposata ad un nobile russo in esilio. Nel febbraio 2002 esce l’estratto della mia tesi di laurea sulla rivista fiorentina Il ponte, nonostante non ne condivida gli indirizzi politici: penso di essere ospite dei laici, come ai tempi di Mondo Sabino.

2002-10: la fine dell’università e il traviamento politico

2002-04: la fine dell’università

Ridivento filoamericano ma continuo a regalare i Racconti mediterranei a tutti, dimenticando di avervi scritto la frase sulle zucche barbariche. Me ne accorgerò nel 2007, quando la toglierò dai volumi che regalo col bianchetto. Cerco di tornare in An. In questo periodo non scrivo. Nell’ottobre 2002 interrompo il dottorato di ricerca, non portandolo a termine, e lascio l’università.

2004-10: il traviamento politico

Vengo traviato rispetto ad An e mi avvicino ai cattolici, ma a quelli di centrosinistra. Pubblico nel 2005 il volume Finale di millennio e altri racconti, in cui è presente L’oblio, ma col titolo Finale di millennio, oltre a tre dei dodici racconti mediterranei – quattro erano già usciti ad Alcamo nel 2001. L’editore è la casa empolese Ibiskos di Alessandra Ulivieri, per cui vinco un concorso, cosa che mi permette la pubblicazione gratuita. Prendo gli appunti, scritti per frammenti, del resto della Speranza.

Nel 2005 recupero i rapporti con l’università, andando a trovare i miei professori a Pisa e scrivendo una lettera alla Rosowsky a Parigi. Il prof. Bertoncini mi mette in contatto col prof. Giorgio Baroni, dell’Università Cattolica di Milano, che nel 2007 mi pubblica su 800/900 la ricerca del dottorato interrotto su Marinetti. Nonostante tutto insoddisfatto della pubblicazione, cerco un altro docente per celebrare il primo centenario dalla fondazione del futurismo, che ricorre nel 2009. Stampo in proprio una cinquantina di depliant contenenti il saggio su Marinetti e li invio a tutti gli esperti di futurismo in Italia, Francia, Stati Uniti ed Egitto. Risponde il prof. Gabriel-Aldo Bertozzi, insegnante presso l’Università di Pescara e direttore dell’Inismo, un movimento artistico da lui fondato, la “quarta avanguardia dopo futurismo, dadaismo e surrealismo”, che racchiude in sé caratteristiche eterogenee tutte molto intriganti per me.

Bertozzi mi ospita sulla rivista pescarese Berenice un saggio sulla presenza del mito in Mafarka il futurista: la rivista esce in occasione della celebrazione del centenario futurista presso l’Università di Chieti. Ma nel 2010 scrivo una lunga lettera a Bertozzi sull’Inismo, chiarendo perché non vi voglio aderire. E’ un’avanguardia e io, pur ammirando il futurismo italiano in particolare, non amo l’avanguardia in genere. Così non aderisco all’Inismo, nonostante molte cose di esso non mi dispiacciano.

Nel 2009 pubblico anche un secondo saggio per il Ponte di Firenze, fattomi scrivere dal prof. Madrignani subito dopo la laurea, sulle prime recensioni ricevute dal Fu Mattia Pascal al suo apparire. Mi sento legittimato a pubblicare per il Ponte poiché alle elezioni europee del 2009 voto per i Radicali, e posso offrire il mio saggio alla rivista senza timore di contraddizioni politico-letterarie, come invece è avvenuto nel 2002 e nel 2007 con 800/900.

Nel 2008 la professoressa Rosowsky mi aveva spedito un suo saggio su Giorgio Manganelli, così che avevo pensato di cogliere la palla al balzo per rispolverare il mio colloquio in Normale del 1994 sulla visione barocca in Calasso, Manganelli e Consolo: ma prima dovevo concludere gli impegni sul centenario del futurismo. Concluso il quale propongo il saggio alla professoressa italofrancese che mi consiglia di presentarlo alla rivista romana Esperienze letterarie, che lo respinge per vizi di forma. 

2010-17: i due “ritorni” nel Polo

2010-11: il ritorno nel Polo

Torno nel Polo. Scrivo il Tesoro dei centauri, che considero un’esercitazione. Vi si descrive il passaggio di un giornalista italiano dalla Bulgaria invasa dai Russi nella guerra russso-turca del 1877-78 alla Grecia, descrivendo così il passaggio alla grecità avvenuto quando avevo quindici anni. 

2012-13: una brutta parentesi

E’ il periodo più buio. Dal 2010, periodo del Tesoro dei centauri, non scrivo. In questo periodo nemmeno leggo. Voto per il Pd, costretto dagli eventi, per esclusione. 

2013-17: il secondo ritorno nel Polo

Nell’estate 2014 pubblico la Speranza e torno in Forza Italia, così strumentalizzando il testo in senso liberale. Ritengo infatti di essere stato traviato se non rispetto ad An almeno rispetto al Polo delle libertà, e che la soluzione più giusta sia tornarvi. L’editore è la Tipografia Valgimigli di Faenza: ho fretta di pubblicare il romanzo e non posso aspettare la risposta dei grandi editori, così pubblicandolo a mie spese. E’ un’edizione limitata di sole cinquanta copie. Dal 2015 invio invece a tutti gli editori Il volo del falco, ricevendo molte risposte, tra cui, nel 2016, quella di Prospettiva, editore di Civitavecchia, che accetta, essendo la più conveniente. Il libro esce nel luglio 2017 in 500 copie, distribuito in tutta Italia: ed è, questo, un passo avanti rispetto alle pubblicazioni precedenti. Nel novembre 2014 propongo il saggio sulla visione barocca del mondo agli Annali della Scuola Normale Superiore, ma nel marzo 2015 sono costretto a ritirarlo. 

2017-18: la svolta laica

Mi rendo conto di aver dato troppe cose per scontate nelle mie permanenze a destra: i divorzi, i diritti civili, il panteismo, le filosofie non cattoliche, anche quando ritenute compatibili con la Chiesa, ecc.

Così abbandono Forza Italia e passo ai laici di centrosinistra, e nel 2018 alle elezioni voto per Emma Bonino. A conferma di tutto ciò viene la scoperta di un libro di analisi politica edito dal mio editore, Prospettiva Editrice, in cui si parla dell’alleanza che ci sarebbe dopo il 1945 tra destra italiana e tradizionalismo cattolico.

Non è più possibile rimanere a destra. Libero da vincoli coi conservatori, attendo qualche mese e nel gennaio 2018 comincio a scrivere un trattato di filosofia per aforismi, che termino nel luglio dello stesso anno. In esso riassumo i princìpi panteisti bruniani che da tanto tempo ho abbandonato (dal 2004), collegandomi anche alla filosofia di Henry Bergson, senza dimenticare i “soliti” D’Annunzio e Marinetti, che non mancano mai nella mia opera. Formalmente non è una bella opera (si tratta di aforismi che affrontano vari argomenti in ordine sparso, anche la gastronomia e l’amore) ma ha il merito di riassumere quelle concezioni filosofiche che ho sfiorato nel 1989, studiando al Liceo, e nel 1992, preparando l’esame di ammissione in Normale, e che ho approfondito tra il 1998 e il 2002.

Nell’agosto 2017 ho offerto il saggio sulla visione barocca del mondo, corretto seguendo i consigli di Esperienze letterarie, al Ponte, ma è un saggio sfortunato: ho dovuto ritirarlo in ottobre. 

2019-20: IL RITORNO ALLE ORIGINI (CON QUALCOSA IN PIU’)

Ma in gioventù, prima di avere l’età per votare, avevo avuto un’altra ideologia: nel periodo 1988-89, tra i 16 e i 17 anni, in seguito alla scoperta di D’Annunzio. Avevo abbracciato un’idea aristocratica nazionalista cui a partire dal 2019, piano piano lentamente ogni giorno sempre di più, mi riallaccio, riprendendo argomenti e maturando progetti, ritrovando una passione per la politica sopita da tempo (le idee degli ultimi anni, dopo il 2004, erano idee “di comodo”, perché si dice che di qualcosa bisogna far parte). Né è necessario essere cattolici per essere così: proprio in questo periodo scopro lo scrittore Julius Evola che, nei primi tempi della sua attività, separava le sue idee patriottiche dalla religione. Mi dico che se Evola ha potuto farlo, allora sono possibili anche le vie di mezzo: e può non essere cattolico un nazionalista, un liberale e così via. E’ anche vero che Evola respirava l’aria del dannunzianesimo allora trionfante, e qui mi trovo a casa. Inoltre da piccolo leggevo, prestati da mio fratello, i numeri della rivista Astra, di argomento astrologico, in cui si raccontavano le storie di ufficiali fascisti e nazisti che si recavano in Egitto, Persia, India e Tibet per ricerche esoteriche.

Tanto più che mi dico che sono seguace di D’Annunzio, Marinetti, Croce, Gentile, Nietzsche e Heidegger: e se loro hanno potuto fare certe cose, non c’è nessun motivo per cui non possa farlo anch’io, visto che si dice che c’è la democrazia….

Al ritorno alle origini adolescenziali si apparenta la scoperta di teorie etnorazziali piuttosto interessanti ed affascinanti: le teorie indoeuropee, in base a cui i popoli europei sono discendenti di un ceppo unico appunto indoeuropeo, stanziato 10000 anni fa nell’attuale Kazahstan e divisosi in tre correnti, una occidentale europea, una meridionale persiana e una sudorientale indiana: per cui c’è una parentela tra cultura occidentale, iraniana e hindù.

C’è poi l’adesione alla teoria coloniale belga di fine XIX secolo, in base a cui i Vatussi, presenti nelle colonie del Ruanda-Urundi, in quanto discendenti dei Camiti e quindi indirettamente degli Egizi, sono superiori agli altri africani, quasi tutti Bantù e negroidi: e infatti venivano utilizzati nell’amministrazione delle colonie. Estendo detta teoria a tutta l’Africa e identifico popoli africani “non-africani” negli altri Camiti, che già popolavano l’Africa settentrionale prima dell’arrivo degli Arabi: da cui discendono Berberi, Tuaregh e Fulani, e altre popolazioni sudanesi. Tutti questi popoli si distinguono dagli africani propriamente detti poiché non sono scuri di pelle, non hanno il naso platirrino e i labbroni tumidi: generalmente sono chiari di pelle o naturalmente mulatti o, nei rari casi in cui sono scuri, conservano lineamenti europoidi. La distinzione si può vedere nelle cartine geografiche africane linguistiche, etniche o religiose: nel primo caso chi parla arabo, nel secondo arabi, berberi e sudanesi, nel terzo caso chi professa l’islamismo come religione; distinzioni indicative poiché la distinzione vera è genetica: ad esempio esistono camiti non islamici come alcuni popoli sudanesi e gli stessi vatussi.

CONCLUSIONI

Come si vede le mie esperienze politiche sono molteplici, ma culturalmente si può individuare una linea comune nella mia esperienza. Prima di tutto sono un classicista: dal 1987, da quando ho scoperto la Grecia classica, sono rimasto fedele a un certo ideale di bellezza in arte. Non deve confondere la mia attrazione per il futurismo italiano: ammiro il futurismo in quanto parte della tradizione culturale italiana e rifiuto le altre avanguardie. Nei miei saggi, come detto, si cerca l’appartenenza del futurismo a detta tradizione e non la sua eccezionalità: un saggio descrive la presenza di metafore barocche nel romanzo di Marinetti e l’altro la presenza del mito, classico e no. Ammiro il futurismo nonostante sia un’avanguardia, e non perché lo è. Per questo ho rifiutato l’adesione all’Inismo. Anche il rapporto col barocco non esclude il classicismo: non condivido la contrapposizione classico-barocco delineata da D’Ors, ma considero il classicismo una forma di barocco. Essi non si escludono e non si contraddicono.

Il discorso classico si ricollega al discorso nazionale: il classicismo è l’arte dell’Italia, quindi anche dei paesi latini e mediterranei. Perciò per estensione ho un occhio di riguardo non solo per la Grecia, culla della civiltà classica, ma anche per la Spagna e il Portogallo. Di qui nascono i Racconti mediterranei, a parte alcune particolarità da togliere nella seconda edizione che sarà corretta e arricchita. L’amore per il paesaggio italiano e mediterraneo è di particolare importanza, imparato da mio padre e da D’Annunzio, al di là delle ideologie politiche professate di volta in volta.

C’è poi un altro aspetto importante, che torna in molte opere: la rottura col razionalismo marxista maturata tra il 1992 e il 1994. Il comunismo è stata un’esperienza importante per me: fondamentale è esserlo stato, fondamentale è esserne uscito. Fin dal 1992, con la scoperta di Calasso e degli scritti dell’Adelphi, matura la rottura col razionalismo. Seguirà nel 1994 la rottura con l’ideologia politica comunista. La polemica tra nichilismo e marxismo va sottolineata (sono nichilista sul piano trascendente e panteista sul piano immanente). Che io sia laico di sinistra o nazionalista o neoliberale è fondamentale l’uscita dal marxismo nel mio percorso intellettuale.